Quasi nove aziende su dieci dichiarano di aver investito in intelligenza artificiale
Meno di quattro su dieci riportano benefici misurabili.
Leggetelo al contrario: più della metà di chi ha speso non sa dire che cosa ne ha ricavato. Non che ha ricavato poco: che non lo sa.
Non conosco un’altra voce di investimento che sopravviverebbe a un dato del genere. Se sei aziende su dieci comprassero un macchinario senza sapere se produce, qualcuno in consiglio alzerebbe la mano. Con l’AI non succede, perché nessuno vuole essere quello che non ha capito il futuro.
Il problema non è la tecnologia: è l’ordine in cui si fanno le cose. Si comprano licenze, si lancia un progetto pilota, e solo dopo si scopre che il processo da automatizzare vive in tre teste e quaranta fogli di calcolo.
Quando ha funzionato, nei progetti che ho guidato, la sequenza era l’opposto: prima il processo, poi i dati, poi il modello. Nella riconciliazione dei pagamenti di una società di gestione crediti, questo ordine ha ridotto il costo del backoffice di oltre il 90%. Ci sono voluti trentadue mesi, e l’AI è arrivata per ultima.
Prima di approvare il prossimo progetto di intelligenza artificiale, chiedete una cosa sola: quale lavoro, oggi fatto a mano, smetterà di esserlo?
Fonte: McKinsey, The State of AI, 2025 (l’88% delle organizzazioni usa l’AI in almeno una funzione; il 39% le attribuisce un impatto sul risultato operativo).
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